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Alpha_Go

Intelligenza artificiale, reti neurali, analisi predittiva e prescrittiva. Mai come in questi ultimi mesi si è sentito tanto parlare di questi argomenti.
Interessantissimi, sì, ma proviamo a chiederci il “perchè” dell’incessante bombardamento di notizie intorno a questi temi emergenti, anzi emersi, o più precisamente ri-emersi.

Come sempre, notiamo un certo distacco e disallineamento tra il mondo reale, fatto di tecnici, ingegneri ed informatici che da decenni studiano teorie matematiche e statistiche e realizzano prototipi, sistemi, strumenti, software nel campo dell’”intelligenza artificiale”, e il mondo della divulgazione, della notizia ad uso di tutti, dell’informazione da quotidiano generalista. Per intenderci, un po’ come mettere a confronto “MIT Technology Review” con “la Repubblica”, o ancor più concretamente Charles Darwin con Piero Angela. Sia ben chiaro, senza alcun giudizio di stima, qualità o valore per nessuna delle pubblicazioni o delle persone citate: c’è spazio per entrambi, a seconda del punto di vista e degli obiettivi che si vogliono perseguire. Fin qui… nulla di nuovo.

Ma torniamo ai nostri “perchè”: è fuor di dubbio che l’evoluzione delle tecnologie informatiche ed ingegneristiche nel corso degli ultimi vent’anni abbia subito una continua accelerazione, e che oggi nello spazio, nel tempo e con l’energia pari ad un milionesimo di quanto fosse necessario vent’anni fa sia possibile elaborare le stesse informazioni, memorizzare gli stessi dati, produrre gli stessi risultati. E forse molto di più. Questo è il lato facile, è il dato di fatto, di fronte ad una “legge di Moore” ormai superata da paradigmi completamente nuovi: non contano più, per farla semplice, i megahertz di frequenza del processore per misurare la potenza o le prestazioni di un sistema informatico. Le variabili oggi sono tante, le condizioni molto più articolate ed i sistemi numerosissimi, frammentati, complessi ed interconnessi tra loro, in una miriade di componenti sempre meno controllabili ed influenzabili direttamente. Ed in tutto ciò il peso della tecnologia dell’hardware è divenuto totalmente irrilevante, vista l’enorme potenza elaborativa raggiunta da processori, GPU, memorie, ed ogni tipo di componente elettronico; tutti ormai prodotti dagli stessi vendor, in fin dei conti elencabili sulle dita di una mano, due al massimo.
Ed è irrilevante perchè diamo tutti per scontato che di potenza, di forza bruta, di energia computazionale, di micro-processori e dischi ce ne siano… senza limiti! Al tempo stesso – e qui arriva la parte “difficile” ed interessante – abbiamo software che non sono più i programmi come li intendevamo fino a qualche tempo fa, si sono evoluti per affrontare complessità sempre maggiori. Sia chiaro, esistono ancora i software specializzati nel fare “una cosa tradizionale”, svolgere una funzione per volta, come i gestionali, le app del meteo, i sistemi di task tracking e di project management (e tanti altri). Ma oggi, e sempre di più, vediamo spuntare, crescere ed esplodere a dismisura sistemi esperti, piattaforme predittive, assistenti virtuali, ambienti di sviluppo automatici, giochi di vario genere che apprendono mentre li sfidiamo e diventano sempre più forti ed “intelligenti”.

Questi software sono sempre più spesso integrati con componenti meccanici, sensori e parti elettroniche, fino a realizzare robot ultra-sofisticati, e non più alla portata della sola NASA o di misteriosi multi-miliardari alla Bruce Wayne o Tony Stark (impossibile dimenticare il simpatico J.A.R.V.I.S. – acronimo che sta per “Just A Rather Very Intelligent System” – l’efficientissimo assistente-maggiordomo virtuale ed interattivo tecno-robot di bordo di Iron Man).

E da qui a porsi domande al limite del filosofico sul destino dell’umanità… il passo è breve. Soprattutto quando si professa la semplificazione della realtà, la divulgazione informata (a volte anche dis-informata). Ed ecco comparire centinaia di notizie sul ruolo dell’essere umano in una società robotizzata, o sul futuro di milioni di posti di lavoro che ci saranno “rubati” dai nuovi robot (quasi come una specie di catarsi di centinaia di anni di lotte di posizione e potere tra chi ha già un diritto acquisito e fatica a cederlo a gruppi od entità in ingresso nella stessa società, a vario titolo).

Ma chiediamoci: chi, di fronte al video di quei robot della Boston Dynamics, la cui “intelligenza” viene messa alla prova da umani armati di mazze da hockey o bastoni e con mezzi apparentemente scorretti (per non dire violenti), non ha provato un po’ di (lucida) compassione? Il robot è programmato per afferrare lo scatolone, e mentre lo fa arriva l’umano a sbatterglielo via dalle “mani”; il robot, imperterrito, ricomincia il suo lavoro. Oppure l’altro robot che viene buttato a terra con una fortissima spinta sulla “schiena”, e senza battere ciglio, dopo un breve assestamento, si rialza in piedi come niente fosse. Chi ha immaginato che quegli ammassi di sensori, led, processori e acciaio possano un giorno improvvisamente “prendere il potere”, stravolgere gli equilibri della società o anche solo rubarci un lavoro? Al di là della provocazione, e del sensazionalismo strumentale di chi alimenta questi dubbi con domande vaghe o mal circostanziate, credo che siamo di fronte ad una storia antica, molto antica, basata su fenomeni già vissuti nel passato, e di fantascientifica memoria: chi temeva che l’avvento del volo in aeroplano avrebbe annientato gli altri mezzi di trasporto, oggi vive su un pianeta attraversato da ferrovie, strade, navi di ogni tipo; i sistemi informatici che non pochi pensarono, negli anni ‘80 e ‘90, avrebbero cancellato milioni di posti di lavoro in uffici, così come i robot industriali (nulla di nuovo, guarda caso) ne avrebbero spazzati via a milioni in officine e magazzini… non solo non hanno avuto questi effetti catastrofici, ma al contrario hanno portato benefici alla vita collettiva e dei singoli e prodotti a più alta qualità e prestazioni, spesso anche a costi più bassi (basti pensare, un esempio fra i tanti, alla recente Tesla Model 3).

Ci piace ricordare una frase, attribuita ad Albert Einstein, molto darwiniana: “La misura dell’intelligenza è la capacità di adattarsi al cambiamento”. Crediamo racchiuda perfettamente il messaggio che dobbiamo tenere a mente noi esseri umani per continuare a progredire senza frenare il cambiamento, che è un dato di fatto del nostro mondo, ed universo. E rappresenta inoltre la legge di una robotica che potrà – almeno per ora – permettere alle macchine di fare ciò che è stato programmato di fargli fare.

A tal proposito è estremamente interessante il caso di AlphaGo, il software “intelligente” sviluppato da DeepMind, una delle divisioni di ricerca di Google a Londra, per imparare a giocare al gioco da tavolo su scacchiera Go. Durante i primi giorni di marzo, poche settimane fa, si è giocata una partita tra uno dei migliori giocatori al mondo e il software di Google, che ha chiuso la partita con quattro vittorie contro una del giocatore umano. Impressionante scoprire che il software è stato progettato per imparare dall’esperienza, dagli errori nelle partite giocate in “allenamento”, dalle mosse fatte dall’avversario. Questo software gira nel cloud, su server virtuali all’interno di datacentre immensi, dove appunto l’hardware è una “commodity”, dove diamo per scontato ci siano milioni di server, dischi, processori, cavi, energia… Ma non è questo il punto: a noi non interessano le tonnellate di ferro, silicio, acciaio; a noi interessa AlphaGo, la sua instancabile attenzione sensoriale, la sua “intelligenza” deduttiva alla Sherlock Holmes, la sua mente flessibile che impara in una realtà man mano che questa gli cambia intorno, grazie a reti neurali, machine learning, alberi binari di ricerca, algoritmi di simulazione Monte Carlo. Una realtà a cui AlphaGo si adatta, via via modificando se stesso, modificando il suo stesso cervello. E questa è la sua forza, e la forza dei suoi creatori.

Charlie Chaplin nel capolavoro “Luci della ribalta”, fa dire al suo grande personaggio, Calvero: “Il nostro giocattolo più grande è il cervello”. Lo è per tutti noi esseri umani. Lo sarà (lo è già) anche per tutti i nostri robot.
Elementary, my dear AlphaGo!

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